Quella sera, Bella arrivò tardi.
Scese dall’autobus che già s’era fatto scuro.
Dietro le colline smeraldo, ad ovest, gli ultimi spruzzi d’arancio del tramonto andavano spegnendosi, riverberando sulle punte degli alberi come le bizze di un camino.
L’aria era fresca, montava dal letto del lago risalendo lungo il faggeto, soffiando fin dentro le strade del piccolo paese. Nella sua ascesa, la brezza s’ubriacava dell’odore delle foglie, del sapore della terra, delle essenze della felce e del verde pino.
Il mondo era avvolto in un silenzio bisbigliante, come se il vociare di ogni creatura fosse smorzato dalla barriera protettiva di una coperta.
Con fatica, Bella afferrò le sue valige in pelle beige e prese a camminare lentamente, verso la casa delle civette.
I suoi passi sbiadivano sommessamente, risucchiati dalla notte che inondava la superficie della strada.
I pensieri le vorticavano nella testa, agitati come bandiere al vento, come anime nella tempesta. Cercò di metterne a fuoco alcuni, per liberarli, per sedare l’irrequietezza che le martoriava lo spirito.
Che scema, si disse, come hai fatto a perdere quattro autobus di fila?
Dopo una decina di minuti di passeggio, abbandonò la strada asfaltata per inforcare un sentiero battuto, che si stendeva come una lingua sottile di gatto, verso il fianco alto della collina.
Gli alberi sembravano stringersi su di lei, come se l’oscurità li trasmutasse in esseri fluidi, come le onde del mare, come la schiuma dell’oceano che ridisegna ad ogni flutto la linea della battigia.
Bella si fermò a metà della scarpinata a prendere fiato. Non c’erano luci lungo la via. Ma sulla cima, fluttuanti come le stelle del cielo, come gli occhi di un fantasma, si potevano distinguere le finestre illuminate della casa delle civette.
Forza e coraggio, si disse, e con fatica riprese la scalata.
Erano quasi quattro anni che non percorreva quella strada.
L’ultima volta che ci era stata era con sua madre.
Fin da piccola aveva trascorso le vacanze estive in quell’enorme baita. Il dottore aveva detto ai suoi genitori che l’aria di montagna avrebbe fatto bene alla sua salute cagionevole.
Così, per quanto potesse ricordare, in tutta la sua vita aveva passato i tre mesi estivi tra quelle pareti di legno, tra quei boschi accoglienti, sulle sponde di quel lago dolce, nella cucina della casa delle Civette, a scorrazzare con i tre figli del proprietario. Magda, Melania e Sebastiano.
Erano cresciuti insieme, lei e quei ragazzi. Magda era la più grande, lei e Sebastiano quelli di età media, e Melania la più piccola, di un paio d’anni.
Erano gli unici bambini della casa, poiché tra gli ospiti, oltre la madre di Bella, vi erano solo signori anziani o di mezza età, che cercavano nel silenzio della montagna una redenzione dal marasma cittadino.
Col passare del tempo, lei era diventata una di famiglia, una quarta figlia per Selene e il Signor Damiano, i padroni. Capitava spesso che andasse a trovarli anche durante l’anno, per passare qualche giorno nel suo posto segreto, nel suo giardino d’infanzia, tra le voci di chi le aveva sempre voluto bene.
C’era stata da bambina in quel luogo, da adolescente, da adulta. Poi quattro anni fa interruppe la tradizione, la vita si era fatta più chiassosa, e decise di restare in appartamento per via dell’università.
L’anno dopo sua madre morì. Appesantita dal senso di colpa, stabilì che non sarebbe più tornata alla casa delle civette, alla sua infanzia, e per molto tempo se ne dimenticò di quel posto, inghiottita dalla corrente incontrastabile e trascinante delle abitudini quotidiane.
Quando suonò alla porta, fu Selene che le andò in contro per aprirle. La signora aveva i capelli corti, d’argento, che arrivavano appena dietro le orecchie. Il viso era tondo, segnato dagli anni. Sembrava più bassa, schiacciata.
- Ciao Bella. – Le disse con una voce stanca. – Ti aspettavamo per questo pomeriggio.
- Lo so. – Rispose Bella, dispiaciuta. – Mi scusi.
- Entra adesso, lascia pure tutte le tue cose qui all’ingresso e vieni a mangiare. Siamo tutti in sala grande.
Bella, abbandonò le valige appena dietro la porta, si liberò della giacca a vento e si diresse verso la sala da pranzo, dove solitamente tutti gli ospiti della casa si ritrovavano per mangiare in modo conviviale e allegro.
Le fece uno strano effetto attraversare quelle stanze dopo così tanto tempo. Sulle pareti, si esibivano decorazioni altere di gufi e di civette. Anche sulle mensole, intagliate nel legno o sbozzate nella pietra, c’erano civette di ogni forma e ogni colore. Quante volte, quegli occhi gufigni avevano popolato gli incubi delle sue notti estive? Eppure, una viva non l’aveva incontrata mai in quella casa, nemmeno nei silenziosi boschi circostanti.
Quando entrò in sala da pranzo, i commensali erano taciturni. Mangiavano fissando silenziosamente il piatto, battendo di tanto in tanto le posate in un tintinnare argentino. Non conosceva quasi nessuno degli ospiti nella sala, e se ne rammaricò.
- Ciao Bella. - - Ciao Bella – Dissero simultaneamente Magda e Melania prima di alzarsi per andarle incontro ad abbracciarla.
Il Signor Damiano tramestava nella sua zuppa svogliatamente, si limitò a lanciarle un’occhiata in tralice e tornò ai suoi affari, senza dire una parola. Era magro e ossuto, gli occhi spenti, il viso trascurato e incolto.
- Siediti, Bella – Le disse Magda.
- Mangia qualcosa. – Continuò Melania.
- Ti aspettavamo oggi pomeriggio. – Riprese Magda. – Ti sei fatta tutta la strada da sola, al buio? Se facevi una chiamata, mandavamo qualcuno a prenderti.
- Il tuo treno era in ritardo? – Le domandò Melania.
- No no – Rispose Bella. – Avevo voglia di farmi una passeggiata. Così, da sola, come facevo una volta.
Bella si sedette, e la signora Selene le servì un piatto di affettati, di carne secca e pane di castagne.
- Che bello vedervi – Disse Bella. – Mi siete mancati tanto, tutti.
- Già. – Disse Melania con una nota di malinconia. – Ma il tuo treno?
- Il treno è arrivato in orario, solo che io.. io mi sono persa via come una scema. Non so cosa mi è preso. Mi sono seduta e le ore sono fuggite via. Proprio non ce la facevo a venire qui.
Improvvisamente calò il silenzio, come se la stanza si fosse imbevuta di ogni suono come una spugna, rigonfia e trasbordante.
- Scusatemi – Concluse, Bella.
Magda aveva i capelli biondi, fatti di luce, li portava sciolti e ordinati. Cascavano come spaghetti lungo le sue spalle. Il viso era grazioso, un po’ duro, e in un certo senso le ricordava il signor Damiano. La pelle era bianca e gli occhi grandi, del colore del cielo in Aprile.
A Magda piaceva comandare, anche quando erano bambini era lei a fare sempre il capo. Naturalmente, insieme a Sebastiano facevano di tutto per metterle i bastoni tra le ruote.
Melania invece era un tipo meno autoritario, era una ragazza curiosa, dolce, e quand’era piccola, dalla lacrima ad innesco facile. A lei piacevano le lunghe passeggiate, i fiori, i ragazzi con i capelli scuri, e il suono della chitarra davanti ai falò. Anche i suoi capelli erano biondi, ma del color del grano.
Melania si allungò su Bella, stringendola in modo spontaneo e tenero sul collo. – Non preoccuparti. – Le disse dandole un bacio sulla guancia. – Ti capisco.
Quando finirono di mangiare, fuori sembrava notte fonda. Le persone si alzavano e se ne tornavano nei loro letti alla spicciolata, salutando con dei timidi grugniti.
Il Signor Damiano se ne stava ancora silenzioso a capo tavola, senza interessarsi di nessuno.
Magda e Melania accompagnarono Bella alla sua roba, scortandola come dei gendarmi.
- Ti diamo una mano. – Le dissero.
Bella si lasciò aiutare, la scarpinata le aveva prosciugato tutte le energie.
- Sei nella tua vecchia stanza. – le bisbigliò Melania mentre salivano le scale.
Quando raggiunsero la stanza, si sedettero tutte e tre sul letto. Rimasero in silenzio per qualche minuto, scrutando la penombra della camera illuminata solo dalla luce del corridoio.
- Te lo ricordi questo? – Le chiese Melania, sollevandosi la frangia di capelli sulla fronte. Aveva una cicatrice che si vedeva appena.
- Si che me lo ricordo. – Disse Bella, - E’ stata quella volta che io e Sebastiano ti abbiamo inseguita fingendo di essere fantasmi. Che capocciata che hai tirato contro il davanzale della finestra. Sei caduta a terra che sembravi addormentata. Ma quanti anni avevi?
- Cinque o sei – rispose Melania.
- Sei. – La corresse Magda. – Ne avevi sei, e tanto in schiaffi mi è costata la vostra scorribanda. Quante me ne ha urlate mia madre perché dovevo tenervi d’occhio. Eravate delle pesti.
- Vero. – Disse Bella. – Tua madre mi faceva una paura…
Magda si stese con la schiena lungo il letto. – Era impossibile tenervi d’occhio. Sebastiano era indiavolato quando c’eri tu.
- Era perché voleva mettersi in bella mostra. – Sussurrò Melania. – Ti faceva un filo… e tu niente. Come la sfinge.
- Però qualcosa è successo l’ultima volta che sei stata qui. Te ne sei andata senza salutarci, era in questi giorni – disse Magda.
Bella fece un lungo respiro, e si sdraiò a sua volta sul letto, restando schiena contro schiena con Magda.
- Qualcosa, si. – Disse. – Era la sera prima della festa, come oggi. Ma io ero con il cuore altrove. Avevo aspettato un segno da Sebastiano per una vita intera, è quando finalmente si è deciso, io ero innamorata già di un altro.
- E’ quello che sposerai il mese prossimo? – Le domandò Melania.
- Lui, esattamente.
- Sono contenta per te – le rispose – domani è la festa dell’addio. Vi ricordate?
- Già. – Disse Bella. – Quel cretino di Sebastiano si divertiva un mondo la sera prima della festa dell’addio. Ci spaventava a morte con quelle storie sulle anime dei defunti e sulla civetta che ti guarda e dice “ADDIO”. Poi però, per farsi perdonare, ci lasciava una caramella fuori dalla porta della stanza.
- Una galatina – Aggiunse Magda.
Bella, sorrise. – Già, una galatina. Aprivo la porta e la caramella era lì, ogni festa dell’addio. Dove le trovava poi.
Melania singhiozzò, scoppiando in un pianto trattenuto. – Mi manca – Disse. – Mi manca terribilmente.
Anche Magda si mise a piangere. – Povero Sebastiano – Riuscì a dire prima che le lacrime le soffocassero tutte le parole.
Bella, cercò di trattenere il pianto. Sebastiano era morto da tre giorni, tirato giù nel ventre del lago da un mulinello, durante una nuotata con gli amici.
Aveva versato tutte le lacrime che aveva, si era ripromessa che non si sarebbe abbandonata alla malinconia. Aveva giurato a se stessa che sarebbe stata forte, che il rimpianto non l’avrebbe divorata.
Si concentrò sui ricordi, ai preparativi nei giorni a ridosso della festa. La casa delle civette era piena di gente del paese che cucinava dolci e tagliuzzava nastri, che ripiegava il cartone disegnando fiori sui quali avrebbero depositato le candele e i biscotti, da far scivolare sull’acqua per indicare alle anime sperdute dei defunti la strada verso l’aldilà.
Le guance di Bella erano umide, gli occhi gonfi. – Scusate .- Disse alle ragazze. – Scusate ma non ce la faccio.
Le sorelle si alzarono lentamente, abbandonarono la stanza senza dire nulla, dileguandosi come ombre in fuga dal tramonto.
Bella si svegliò a mattino inoltrato, poco prima che le nocche di uno sconosciuto bussassero alla porta.
- Signora – Chiamò la voce di un uomo di mezza età. – Signora, è sveglia?
- Si, si, sono sveglia. – Rispose, Bella, - cosa c’è?
- Mi hanno detto di dirle, che il funerale è alle undici, tra un’ora.
- Si – rispose, Bella. – Grazie.
Bella si alzò e si fece una doccia, poi prese a spazzolare i suoi lunghi capelli neri, molto lentamente. Tese l’orecchio, in ascolto su chi andava e veniva dalla casa delle civette. Quando fu certa di essere l’unica rimasta nel rifugio, aprì la porta. A piedi nudi e silenziosi s’indirizzo verso la stanza di Sebastiano. Non provò ad entrare, semplicemente si fece contro il legno della porta e sussurrò – scusa. Scusami per tutto.- e lasciò sull’uscio una caramella.
Tornò mestamente nella sua camera, e ricompose velocemente le valige.
Accarezzò con lo sguardo il paesaggio e le pareti, ed uscì di nuovo, con le borse in mano. Non sarebbe andata al funerale, non sarebbe più tornata in quella casa.
Non appena fece il primo passo, notò qualcosa sul pavimento, accanto alla sua porta.
Una caramella.
Dagli occhi presero a scenderle le lacrime. Salate come il mare.
- Mi dispiace – disse intanto che andava verso il basso, camminando lentamente sulle scale. – Mi dispiace – disse ancora, mentre il pianto e la disperazione le rigava il viso - Ma non posso più restare. Oggi, come allora, questo è il giorno dell’addio.
Destino (parte seconda)
Brano tratto da “L’Hyperculo”, dialoghi tra gente perbene di Luji Pelljnchesko
"Ricordo soltanto lo schianto ed i Pink Floyd in sottofondo!".
Ma quante cazzo di volte dovrò ripertelo?.
Mi sento un disco rotto e la mia voce è la puntina che batte sul solito solco.
Avrò pappagallato la stessa frase a 10 pulotti diversi.
Si, ho capito, Gemito è morto: non si drogava, non beveva e non era disattento.
Devo esporlo anche in sumerico?.
Mi sento un disco rotto e la mia voce è la puntina che batte sul solito solco.
Mi imbragano alla bell'e meglio come fossi un pilastro della sopraelevata da annegare nel cemento armato.
"STOCK!"
Cede la colonna sonora della mia vita.
Cedono i Pink Floyd.
Cede, incrinandosi, la mia colonna vertebrale.
Forse è per quello che mi sento un disco rotto?.Destino
Brano tratto da “L’Hyperculo”, dialoghi tra gente perbene di Luji Pelljnchesko
L’auto andò a sbattere violentemente contro il muretto in cemento armato che correva parallelamente alla carreggiata. Il cofano fece una smorfia, increspandosi come acqua distratta da un sasso. Al rallentatore, le ruote posteriori si sollevarono da terra, come due razzi di gomma spinsero il resto della vettura nel cielo. D’improvviso ci fu nell’aria un frullare di rosso e vetro, di lamiera e uomini. La trottola di metallo si schiantò per la seconda volta contro un palo della luce. Un silenzio ferroso piombò sulla strada assieme a quel che restava della macchina.
I primi a correre in aiuto degli incidentati, furono dei signori di mezza età che bivaccavano sotto il sole di agosto, sorseggiando malinconici drink sulle sedie un vecchio bar. Qualcuno urlava, altri facevano leva sui resti macilenti delle portiere. Dentro, storditi ma ancora vivi, c’erano quattro ragazzi.
Gemito, così si faceva chiamare quello che stava al volante, uscì dalla carcassa di latta ondeggiando. Era stordito, ignaro anche a se stesso. Buttò uno sguardo spavaldo ai suoi amici e disse – Da oggi in poi, ogni giorno in più è regalato.
Dopodiché, mise il piede in fallo su di una lunga scalinata.
"Mamma..." la voce sonnacchiosa del mio bambino si spegne tra le pieghe vellutate delle sue
palpebre.
Lo respiro profondamente, a bocca aperta, mentre l'umidore delle lacrime, che scavano nuovi solchi, rinforza il suo tenero odore.
Lo so che non dovrei piangere, ma non ce la faccio.
Il dolore bruciante qua, al centro del petto, fa male.
Tanto.
Avrebbero dovuto sedare anche me.
Nel momento in cui lo penso, mi sento in colpa: è stato prescelto e io dovrei essere orgogliosa.
Orgogliosa e sorridente
Un nuovo fiotto di lacrime, inarrestabili, salate.
Fino a riempirmi la bocca, spalancata a cercare fiato.
Il seme è già stato impiantato.
A breve verranno e non riesco a smettere di piangere: mi guarderanno con biasimo e sarò isolata nei prossimo giorni, lo so.
E' sempre così, l'ho già visto fare... ma ora tocca a me... a me... a lui... povero, povero, povera la mia creatura...
... e quando entreranno mi metterò ad urlare, lo sento...
... ma il seme è già stato impiantato... e sarà già attecchito... le sue radichette si allungano verso il cuore... verso il suo cuore... il suo sangue... no, no, no...
C'è uno strano ronzìo intorno, un mugolìo, un lamento sordo...
Sono io, sono io... non ce la farò. SONO DISPERATA.
Apri gli occhi, tesoro: dobbiamo fuggire, fuggire lontano da qua... devo salvarti.
Mi porto una mano alla fronte, attorcigliando un ciuffo di capelli fino a farmi male: ma che sto
pensando? e poi ora è troppo tardi.
Dovevo farlo prima, appena saputo... ma ero così frastornata: tutti che gridavano eccitati festanti... la testa mi girava, i bambini ridevano...
Tu ridevi, piccolo, tenero amore mio...
Ora non ridi più e quella cosa sta crescendo, maligna, pervasiva...
Perché, perché tu?
Perché eri così perfetto? Così puro? Così... adatto? perché? perché?
Sono lacerata.
Non sanguino. Perché non sanguino?
Sento dei passi.
Arrivano.
E' l'istinto che mi fa serrare e contrarre le braccia attorno a te: ti agiti un po', insofferente.
I passi superano la porta, si perdono nel corridoio.
Allento la presa.
Sorridi sollevato: le cortine frangiate, così lunghe, così nere, fremono appena. Ma non ti sveglierai.
Non puoi.
Non potrai mai più.
Ripasso con un dito leggero il profilo della tua gota morbida, sistemo un ricciolo ribelle.
Le lacrime non hanno mai cessato di sgorgare, così ordinate, così precise, una dopo l'altra, una dietro all'altra.
S'allargano sul mento, scivolano per il collo, si perdono fra i miei seni aridi ed inutili.
Sei benedetta, mi han detto...
Tuo figlio per la salvezza di tutta la tua gente...
Ma perché? perché c'è sempre una madre che soffre, mentre suo figlio si sacrifica per il bene di
tutti?
Voglio gridare, voglio gridarlo: "Non me ne importa niente della vostra salvezza. Io voglio solo che mio figlio sia salvo... Che me ne importa dei vostri corpi e delle vostre anime? Lui, solo lui m'importa... e invece, non vedrò più il suo corpo e non percepirò più la sua anima..."
Forse avrei dovuto parlare con Lei: anche Lei è una madre e forse... ma no, ma assolutamente no!
Forse che io, di fronte alla vita di mio figlio in cambio di un'altra vita, avrei scelto in modo diverso?
"Che si sacrifichi l'altro" avrei gridato!
Il mio bellissimo bambino...
E se io mi offrissi al posto tuo?
E' TARDI, E' TARDI, grida qualcuno dietro i miei occhi... e poi non mi vorrebbero, sono vecchia e impura.
Perché non mi sono opposta, perché non ho gridato, perché tutto sembrava logico quando i preti - sputo il termine - ci abbindolavano dai pulpiti, riempiendoci il cuore e la mente di menzogne?
Maledetti.
Perché nessuno mi ha aperto gli occhi?
Cosa mi ha fatto credere che sarei stata immune dalla scelta? Eppure avrei dovuto immaginarlo, quando, incinta di te, amor mio, sono stata portata davanti a Lei.
Così abbacinata dalla Sua immane presenza, così confusa dalle parole dei sacerdoti, dalle spiegazioni di tutti, così intimorita dall'aura della Sua potenza, da non accorgermi dal gioco di sguardi sopra la mia testa!
Ti agiti appena, borbotti qualcosa, ma faticosamente... il ritmo del tuo respiro è rallentato, così come il prezioso battito del tuo cuoricino.
Tutto come previsto, tutto come da regola.
Tutto come si ripete ad ogni ciclo.
Anche il battito del mio cuore sta rallentando: sarò così fortunata da morire?
Ho una lama incandescente conficcata nel centro del petto e il dolore si irradia ovunque, feroce, formicola fino alla punta delle dita, punge fin dietro le palpebre, costringendomi a nuove lacrime.
Non posso crederci! Mi sono addormentata!
O forse la mia mente si è semplicemente spenta.
Come sia sia, non posso permettermelo: devo guardarti... e guardarti... e guardarti...
Già la tua voce sta diventando un'eco, una musica indefinita. Che almeno la tua immagine rimanga con me a lungo!
Sto pregando. Ma chi?
Facile rispondere: chiunque possa aiutarmi, chiunque esso sia, celestiale o infero, non mi importa: ho un'anima inutile da poter scambiare.
Eccoli! Eccoli! Arrivano...
C'è un'esplosione incoerente nel mio cervello.
No! No! Il mio bambino! La mia carne! Il mio respiro!
Sono a terra, rannicchiata.
Le mie braccia sono vuote.
Non mi alzerò mai più.
Voglio essere risucchiata dalla terra, voglio scomparire, colare fra le fessure, annullarmi fra i granuli, mescolarmi allo sterco, diventare cibo per i vermi, essere il Nulla.
Grido.
Grido e mi contorco, torturata, epilettica.
Ora sono fuori, dinnanzi a Lei.
L'enorme agave mi guarda a sua volta, impassibile, ieratica.
Il Suo unico fiore si innalza, mostrandosi al cielo, orgoglioso.
Il Suo seme è stato raccolto e impiantato.
Ora può morire.
La Sua progenie proseguirà, al sicuro nel corpicino vivo di mio figlio.
I fedeli raccolti attorno a lei ondeggiano e pregano, un mormorìo monotono, ossessivo, le braccia al cielo.
Anche io ora ondeggio e prego, le braccia al cielo, la mente vuota.
Il ciclo può ripartire.
