mercoledì, 30 settembre 2009


Disclaimer

Questo blog nasce per il puro piacere di scrivere.
Si inneggia alla Gioia, ai Buoni Sentimenti, all'Onore, declassando e rimpiattando in fondo al baule della Morale, il motore che mosse, muove, e muoverà il mondo: l'Odio.
Oh certo, tirare fuori dal cilindro macchiette al negativo non è certo cosa simpatica.
Un pò come ammirare il sorriso di una bella donna e vedervi spuntare dalla corona di avorio perfetto, una capsula in oro zecchino.
I nostri piccoli e grandi mostri, figli dell'epoca in cui viviamo, meritano condanna essendo l'antitesi dell'Eroe.
Ci auguriamo che questi scritti facciano, se non sorridere, per lo meno riflettere su quanto possa travestirsi da Agnello, tutta un' umanità che da sempre, porta il mantello del Lupo.

I testi e le immagini di questo blog, sono di proprietà dei tre autori.
Correttezza vuole che nessun buontempone scopiazzi.
Si, è una minaccia. :)

Rumori notturni

 

Tommaso.
Tommy, per gli amici.
Anche se, in effetti, tutti lo chiamavano il cowboy con la bicicletta.
O più semplicemente: il cowboy.
Il nomignolo se l’era guadagnato a otto anni, in un pomeriggio afoso di luglio, quando per spavalderia si lanciò lungo le strade del paese a cavallo della sua BMX, sparando alla canicola colpi a salve con una pistola giocattolo.
La bravata si trascinò dietro un certo numero di lamentele, soprattutto da parte dei villeggianti ottuagenari che popolavano le case del centro del paese, che si misero in agitazione come tanti pipistrelli dalle ali fatte di foglie secche.
Naturalmente, le lagnanze ottennero un effetto contrario a quello sperato.
Tommy constatò il successo dell’azione terroristica, e soppesato il crescente appetito di popolarità del cowboy, in suo ego decise per una replica ad oltranza dello spettacolo, aggiungendo un tocco di colore nei costumi, con una stella da sceriffo appuntata sul petto, ripescata in un vecchio scatolone, e un cappello western.
 
Un certo numero di ragazzini che sciamavano annoiata per la piazza, tutti tra i sette e gli undici anni, rimasero impressionati dalla lucida efficacia di quell’azione futurista.
E come a un toro cui si sventola una tovaglia rossa sotto il naso, non seppero resistere al richiamo di gettarsi a testa bassa in quell’avventura, rispolverando dai cassetti miccette e fucili a salve, pronti a colpire nei giorni successivi.
La quiete che seppelliva come terra di cimitero le pennichelle pomeridiane degli anziani, si era disciolta in un carnevale di petardi e schiamazzi senza fine.
 
Il malumore si diffuse tra i vecchi del paese come la puzza di carne marcia in un negozio di caramelle. Quella situazione di sonnellino precario era intollerabile, e prima che la cosa potesse degenerare ulteriormente, una squadra di vecchietti votata all’azione si riunì per decidere sul da farsi.
La contromossa degli anziani fu risoluta; il quinto giorno di assedio, dopo uno squillante - YA HOOOO - lanciato a pieni polmoni da Tommy mentre correva come un treno con la sua BMX, tutto finì improvvisamente, spento per sempre da un sonoro ceffone.
Era il suono di un masso lanciato in uno stagno, era il rumore del tradimento.
Qualche bastardo aveva fatto una soffiata a Teresa, l’implacabile madre di Tommaso.
La quiete tornò a regnare come il silenzio che segue lo spegnimento di un motore.
Il bad cowboy finì dietro le sbarre, a scontare un mese di prigione con la sua amata bicicletta, meglio conosciuta come fulmine, che a starsene chiusa nel garage con quelle giornate bianche ed infinite sarebbe morta di crepacuore.

Quando sul calendario fu apposta con accuratezza la trentesima “X”, le porte della prigione si spalancarono, permettendo al cowboy e a fulmine di tornare a vagabondare per le strade di campagna di Terranera.
Metà dell’estate era sfumata per sempre. La maggior parte dei suoi amici era partita per il mare senza che potesse salutarli. In paese nessuno gli regalava più le galatine, come se fosse diventato improvvisamente uno di quei bambini sporchi e maleducati che girano per ristoranti a chiedere l’elemosina.
Tutto sembrava volgere al peggio, e la sensazione che la sua vita facesse schifo lo accompagnò fino al primo giorno di scuola, quando in un soffio di vento caldo nell’inverno siderale, i suoi compagni presero a chiamarlo cowboy.
Le sue imprese non si erano inabissate con le lunghe giornate estive, ma erano sopravvissute per dare lustro alla sua vita.
Non era più un anonimo Tommaso in un mondo di santi, era diventato qualcosa di più, era diventato un personaggio leggendario, era diventato il cowboy.
A otto anni gli sembrò incredibile sentirsi chiamare cowboy, era come guidare una Ferrari, solo che la sua Ferrari era il suo soprannome. Ad Alberto la Lucertola gli aveva detto peggio.
A nove anni già non ci faceva più caso a come lo chiamavano.
A undici ci fu un brusco cambio di rotta, si rese conto che quel soprannome aveva tutta l’aria di essere un cartello luminoso affrancato sulla sua testa, che indicava un candidato per il posto da scemo del paese.
- Quanti ne hai seccati oggi, cowboy?
- Chiamami pure Tommy.
- Vieni qui cowboy, ci facciamo un bel duello a calci nel culo.
- Chiamami pure Tommy.
- Ehi ciucciatexani, che si dice a Brokeback Mountain
- Chiamami pure..
- Tommy.

Tommaso.
Tommy, per gli amici.
Anche se, in effetti, Tommaso non ne aveva poi così tanti di amici.
Il passatempo preferito del cowboy era prendere fulmine, la sua vecchia BMX, e andarsene in giro a fantasticare.
Era diventato un undicenne lungo e magro, una composizione triste d’ossa. Lo sguardo era sempre appeso al culo di qualche nuvola.
I capelli sua madre glieli faceva portare corti come uno che fa il militare. Così sono comodi, gli diceva, anche se a lui, di quella comodità non gli importava molto.
La maggior parte delle volte che usciva in bici, seguiva la strada fino alle porte del paese, tutta in discesa, poi si faceva un pezzo di statale per rientrare in un terreno polveroso, dove solitamente si sfidavano con le moto da cross.
Sgommava, approfittando di qualche piccola rampa in terra battuta per saltellare. Quando si era stufato, rientrava sulla statale deserta, seminando dietro di se una scia di terriccio sull’asfalto.
Proseguiva per un tratto pianeggiante per poi svoltare verso la chiesetta di San Michele, sulla collina, ultima tappa che aveva preso a frequentare nell’estate torrida dei suoi undici anni.
 
Possiamo farcela, fulmine, diceva sempre un attimo prima di alzare leggermente il sedere dal sellino, e prendere a pedalare come un forsennato, come se avesse dietro uno sciame d’api assassine pronto a foracchiarlo come un bersaglio in un torneo di freccette.
La curva gli copriva la visuale, ma sapeva che dietro quella piega del mondo lo aspettava una dura salita che non sarebbe stata tenera con le sue gambe. Possiamo farcela, possiamo, farfugliava a denti stretti mentre cercava di mangiare con le gomme quanta più salita gli riuscisse.
Quando le gambe s’intirizzivano, mollava il colpo,finendo quel che restava della strada a camminando, procedendo lentamente. Ma questo non lo infastidiva, perché al ritorno sarebbe scivolato come un razzo su quell’asfalto.
Nei giorni più caldi d’estate, accompagnava i suoi vagabondaggi con uno zainetto, ci metteva dentro qualche merendina e un paio di cocacole, che regolarmente gli sputavano in faccia quando le apriva, una bussola che gli aveva regalato suo padre e qualche soldo per ogni evenienza.

La chiesa di San Michele dominava tutto dall’alto come un trono incastrato sulla cima di una montagna d’oro verde.
Costruita su di un terrapieno, era circondata da un piccolo praticello, contenuto da un muretto a secco.
A Tommy piaceva passare del tempo in quel posto tranquillo. Dopo aver controllato che sulla pietra non ci fossero animaletti strani, vi si sdraiava sopra, usando lo zaino come cuscino.
Sognava, e si perdeva nel cielo. Non sapeva mai se erano le nuvole a modellare i suoi pensieri o i suoi pensieri a modellare le forme delle nuvole.
Da un paio di anni aveva anche preso l’abitudine di parlare con la sua BMX.
- E’ tutto uno schifo – le diceva.
Non che la bicicletta rispondesse, ma la consuetudine di immaginare chiacchierate nella sua mente, aveva reso fulmine un interlocutore abitudinario. A volte si figurava di parlare con suo padre, o con Francesca, la ragazza del primo banco, altre invece si lamentava con il semaforo che non lo faceva passare, o con il vento che lo sferzava con eccessiva ferocia durante le sue scampagnate. Nella sua testa chiunque aveva diritto ad essere ascoltato.
Quando la solitudine ti soffia dentro come un palloncino troppo gonfio, sei disposto a dare retta a qualunque cosa ti aiuti a non esplodere. Così, una chiacchiera dopo l’altra, fulmine era diventata la spalla ideale per le sue riflessioni.
- E se scappassimo via? Che so, verso il mare…
Naturalmente stava sempre ben attento che nessuno potesse notare quella sua stramberia.
- Da quando papà se n’è andato le cose vanno sempre peggio.
Tommy considerava se stesso un ottimo ottenne, un discreto novenne, ma i dieci, e gli undici erano stati anni di totale fallimento.
Qualcosa si era rotto nella sua infanzia.
- Qualcosa si è rotto, fulmine, e non capisco cosa.
Passava la maggior parte delle sue giornate da solo. Anche a scuola non aveva legato con altri ragazzini. Era il terzo, quarto, quinto miglior amico di qualcuno. La riserva della riserva. Se veniva invitato a casa di Matteo o Salvo era sotto raccomandazione di genitori legati a sua madre.
- Perché mi trattano come uno scemo?
I suoi piedi erano refrattari al calcio, la sua simpatia era popolare quanto una supplenza con la preside-dovete-stare-tutti-zitti, per le ragazze era interessante come un cane con due teste, non guardava la Tv (ordini della mamma), i suoi voti erano nella media, e la media lo ricopriva come un vestito nero in una notte senza luna. Ma d’altro canto quel che facevano tutti gli altri era per lui stupido e noioso. Loro blateravano, e lui spegneva quelle voci immergendosi nell’intimità della sua fantasia.
Ogni volta che lo piazzavano accanto a qualcuno, si sentiva come una calamita di segno opposto, desiderosa di fuggire, desiderosa di essere altrove, vinta da una strana gravità che faceva leva sulla sua mente.
Fuggi, gli diceva il suo disagio, e lui fuggiva, a parlare di avventure con suo padre o di come di prende una curva con il suo inseparabile fulmine.
 
Quando il tramonto metteva in mostra le sue piume arancio nella volta celeste, Tommy rimontava in sella a fulmine, e dando le spalle al disco solare ritornava verso casa.
Prima di fare a razzo la discesa, controllava sempre, e scrupolosamente, che non gli fossero rimasti attaccati ai vestiti animali strani.
- Ho qualcosa dietro la schiena?
Il ritorno era sempre più faticoso. Un po’ perché i suoi muscoli iniziavano a subire il peso della fatica, e un po’ perché casa sua stava in alto rispetto tutto il resto.
Era una vecchia casa isolata, addormentata a ridosso della boscaglia. Un tetto squamoso in ardesia faceva da cappello ad una costruzione dalla pelle ruvida in cemento.
Era una casa silenziosa.
Era sempre stata una dimora silenziosa, ma da quando suo padre era andato a vivere con la puttana, il silenzio era cambiato, si era concentrato fino a personificarsi, divenendo una presenza.
Dettava regole e imponeva ritmi. Ed era sempre pronto a bacchettarlo qualora trasgredisse. Anche quando era solo in casa, e violando il proibito della TV, alzava il volume in modo considerevole, sentiva su di sé un sentimento opprimente di diniego.
Era come urlare in chiesa, anche se in chiesa non c’era nessuno.
Solo la sua stanza gli dava respiro. Era la più in alto di tutta la casa, si affacciava ad ovest, al terzo piano, nella mansarda. Lì si sentiva al sicuro. Fasciato nell’accogliente nido di legno che lo avrebbe preservato dalle asprezze del mondo.
Naturalmente a patto che le finestre restassero sbarrate.

Quella sera di agosto, il cowboy rientrò che era sfinito.
Il caldo esalava da ogni poro del mondo come tanti sfiatatoi sull’inferno.
Entrò dal garage, parcheggiando la bici al suo solito posto, accanto ai vestiti dimenticati di papà, che sua madre non si decideva a buttare.
- A domani, fulmine.
Brancicando nella penombra salì fino al piano superiore, dove sua madre lo aspettava per la cena.
- Ciao mamma.
Mollò le scarpe nel salotto e si inerpicò per le scale di legno, verso la sua stanza.
- Ciao tesoro.- Rispose, mentre sfogliava un vecchio libro di cucina. - Tommaso! Per amor del cielo, non si cammina scalzi per le scale.
- Scusa mamma. – rispose Tommy con finta reverenza, e proseguì per la sua strada.
 
C’era una sola cosa che Tommy amava più della sua bicicletta, e questa era il suo ventilatore.
Non che fosse un ventilatore particolarmente bello, sia chiaro, si trattava di un ventilatore marca sconosciuta, di quelli che si comprano con due soldi in un qualunque supermercato.
Bianco, basso, una griglia in ferro come mascherina, tre velocità e tanta tanta plastica.
A dirla tutta, non gli aveva dato nemmeno un nome, e molto raramente partecipava alle sue conversazioni fantasiose, eppure, quel ventilatore era la cosa che amava di più in assoluto, soprattutto in estate.
Certo, non era quel tipo di amore che uno si aspetterebbe tra un uomo e un oggetto, o l’amore travolgente che corre tra un bambino e il suo cane. Nemmeno la passione sordida che avvolge nei film ragazzine arroganti e cavalli. Era più il tipo di amore che lega un neonato al seno della madre, l’alpinista alla sua corda, o il malato terminale all’infermiera.
Un amore infuocato dalla necessità, alimentato dall’istinto atavico della sopravvivenza, reso eterno dal collante universale che è la paura.
Lo smisurato amore di Tommy per il suo ventilatore, era il riflesso del suo incontenibile terrore per gli insetti. Non che i ventilatori siano i predatori naturali degli insetti, certo no. Piuttosto era una questione di causa effetto.
La causa era l’estate, il caldo soffocante e torrido, l’effetto era la necessità di respirare, ovvero, aprire le finestre. Aprire una finestra in estate, però, era come regalare zollette di zucchero ad un convegno di diabetici. Non si poteva fare, perché tutti quegli animaletti schifosi sarebbero piombati nella sua stanza come massaie impazzite il giorno dei saldi.
Per questo motivo, suo padre, uomo attento alle sue necessità personali più di quanto non lo fosse sua madre, gli aveva procurato anni addietro quel ventilatore.
La notte poteva dormire arieggiato, senza offrirsi alle schifezze striscianti.
Ovviamente, e questo Tommaso non lo sospettò mai, sua madre apriva la finestra di camera sua ogni volta che usciva di casa.
Funziona così tra madri e figli. Qualcuno le chiama bugie a fin di bene.

Quando Tommy fu finalmente nel suo rifugio, si diresse lentamente verso il letto, assaporando con i piedi la gentilezza del pavimento in legno.
I colori del tramonto si rovesciarono caldi sulle pareti della sua stanza, trasformandole in corpi liquidi di acqua rossa e arancio. Un senso di protezione l’avvolse, spingendolo con una mano leggera ad abbandonarsi di peso sulle lenzuola fresche.
Sudato com’era, provò un lieve stato di benessere in quell’abbraccio che gli ricordava la brezza prima di una discesa.
Inspirò profondamente, inebriandosi di pulito.
- Non ho proprio bisogno di un bel niente. – Disse a fulmine, anche se fulmine non era lì.
- Sto così bene da solo, chissenefrega degli altri.
Infilò la testa sotto il cuscino, levandosi un altro bel po’ di sudore di dosso.
- Sono solo degli scemi.
In quel momento sentì sua madre salire le scale, e si zittì.
- Tommaso? – Chiamò gentilmente lei da dietro la porta, prima di aprire.
- Tesoro, per amor di Dio, lo sai che devi lavarti prima di buttarti nel letto.
- Lo so, mamma, scusa – Farfugliò Tommaso con le lenzuola tra le labbra.
- Muoviti a scendere, che tra mezz’ora è pronto da mangiare
- Cosa mangiamo di buono?
- Pizza di ieri, una specialità madre single.
- Va bene, mamma. Un attimino e arrivo.
- Non farmi aspettare, che la pizza fredda non è buona, soprattutto quella riscaldata. – Fece per chiudere la porta. Si fermò, e riprese a parlare.
- Non è che andate al lago, tu e i tuoi amici, vero?
- No, mamma, lo sai che non ci andiamo al lago.
- Lo so, lo so, tesoro, ma con quello che è successo a quel povero ragazzo alla festa dell’addio.. non voglio che vai al lago, è pericoloso.
- Va bene mamma, non ci vado. E tanto poi non piace a nessuno il lago, è pieno di insetti schifosi e vecchi nudi che prendono il sole.
- Tanto meglio se non ci andate. Ti spetto di sotto, non tardare.
- Va bene mamma, adesso arrivo.
Tommy si concesse ancora qualche secondo di immobilità, prima che le coperte iniziassero a impregnarsi del suo calore. Quando venne il momento di cambiare posizione per godere di un po’ di freschezza annidata sui bordi del letto, decise per qualcosa di più significativo.
- Alzarsi o accendere il ventilatore? – Chiese a fulmine.
- Tommaso, muoviti – Urlò sua madre..
- Alzarsi – disse, e si alzò.
Con le braccia che gli pesavano come le zavorre di una mongolfiera, si diresse verso il bagno. La temperatura nella mansarda era insopportabile. Un piccolo dolce forno di cui lui era l’impasto.

Ci mise circa venti minuti a lavarsi, quando si sedette a tavola era rinfrescato dalla doccia. Guardò l’enorme fetta di pizza che esalava fumi di mozzarella fusa e olive, e storse il naso.
- E’ troppa – sentenziò.
- Mangia e non fare storie. Sei troppo magro. Non vorrai che dicano che ti faccio morire di fame.
- Ma è troppa.
- Non ti ci mettere anche tu, per cortesia. Devo già mercanteggiare con tuo padre. Anche questo mese è in ritardo con i soldi. A divertirsi con la puttana non si fa problemi, ma pagare gli alimenti di suo figlio c’è sempre tempo.
- Lo so, mamma scusa.
- Non è colpa tua… tesoro, è lui, lui, come pretende che mantenga questa casa enorme da sola, come pretende che mandi tutto avanti da sola.
- Fa proprio caldo oggi, eh mamma.
- Si, si. Fa proprio caldo.
Tommaso diede un morso enorme alla pizza, imbrattandosi di sugo come un neonato.
- E’ proprio buona. – Aggiunse.
- Non ti strozzare – replicò distaccata sua madre. – Che poi chi glielo dice a tuo padre…
Fuori, la notte era alle porte. Avanzava solenne con tutti i suoi paramenti di stelle affilate come spilli, di latrati notturni, di frinire infinito di milioni di cicale.
- Forse dovrei chiamarlo, tuo padre, forse dovresti parlarci anche tu, dirgli che non può comportarsi così, dirgli che un ragazzino è molto più responsabile di lui, che un ragazzino lo sa quando è il momento di tornare a casa, invece che…
Tommaso fece per dire qualcosa, ma si paralizzò. Avvertì l’ordine del silenzio. Come se fosse a tavola con loro, come se fosse una persona senza volto seduta accanto a lui, e che d’improvviso avesse allungato una mano sulla sua bocca.
- Io …
- Si? Cosa c’è Tommaso?
- Io vado a letto. Sono stanco.
Tommaso tirò indietro il bacino, facendo strisciare la sedia sul pavimento. La pizza era riversa nel piatto, martoriata da una tempesta di morsi anarchici.
Era strano, più parlavano di suo padre, più lui sembrava allontanarsi da quella casa. Era come apparecchiare tavola per qualcuno che non c’è più.
- Te ne vai così, Tommy? Senza dare il bacio della buona notte a tua madre?
- Scusami mamma – Disse Tommaso a metà delle scale. Tornò indietro.
- Vedrai che si sistema tutto.
- Già… già – Rispose sua madre mentre gli strigliava la testa. – Adesso vai a letto, e non puntarti il ventilatore addosso mentre dormi, che ti fa male.
- Non preoccuparti, io e il vento siamo amici per la pelle.

Mentre Tommaso saliva le scale, sentiva la luce della sala attenuarsi dietro di lui, scivolando dalle sue spalle come una coperta.
Dopo che si fu lavato i denti, si mise il pigiama. Andò nella sua stanza, galleggiando in un caldo solido. Accese il ventilatore, puntandolo verso l’alto, ma non troppo. Improvvisamente il clima sembrò migliorare. Si stese su letto, gustandosi per qualche secondo quel grembo accogliente che era la sua camera. Le pareti in legno, la libreria accanto alla finestra, la sua piccola scrivania, i poster delle motociclette che ondeggiavano debolmente allo sciabordio del ventilatore, la lampada appesa alla trave, le perline del sottotetto che scivolavano in un abbraccio verso di lui.
- Si sta proprio bene qui, eh fulmine?
Spense la luce con un click.
La notte fu su di lui in un istante, come se fosse sempre stata lì.
Il ronzio ipnotico del ventilatore si fece strada nella sua mente, chiudendo lentamente una ad una le porte della sua coscienza.
In lontananza avvertì la voce di sua madre che parlava con qualcuno, ma era poco più di bisbiglio, poco più di una candela in un pozzo senza luce.
Sprofondò nel letto, mentre i sogni lo afferravano da dentro il materasso con lunghe braccia, pronti a trascinarlo nel loro mondo. Ebbe un sussulto, un moto involontario di resistenza, come un’ultima boccata prima di annegare. Ci fu un lungo istante di oblio, e alla fine si addormentò.
Quando si risvegliò nella terra dei sogni, il cielo era turchese, e le nuvole di zucchero. I colori pulsavano abbaglianti, affascinanti e indescrivibili. Era sulla cima di una collina, a cavallo della sua bicicletta che era uguale e diversa a quella vera. Il vento gli sferzava il viso, invogliandolo a gettarsi nella discesa che si stendeva come una lingua senza fine davanti a lui.
Si concesse un respiro, mentre la vertigine gli crebbe dentro, come un fuoco che gli avvampava nella pancia. La strada sembrava diventare sempre più ripida. Io non ho paura io non ho paura io non ho paura, si disse.
La bicicletta si impennò maestosamente, aumentando il senso di vuoto che aveva nello stomaco. In un lampo fu preda della gravità, sfrecciando sulla strada. Era come precipitare.
Si sentì svenire.
La vertigine lo avvolse, e per un istante credette di volare.
Era libero.
Era felice.
Fino a quando l’aria non cambiò umore, e da fresca e rigenerante si fece sempre più pesante e calda.
Il sole sembrava più vicino. Nonostante la discesa fosse ancora ben lontana dall’essere esaurita, si sentiva immobile, come se il resto del mondo avesse preso a precipitare con lui.
L’umidità afosa divenne insostenibile.
Alzò gli occhi al cielo, e nell’azzurro distillato da tutti gli oceani del mondo, c’era una finestra immensa, appesa come un quadro alla volta celeste.
Oltre quei vetri immensi, la notte.
Il suo primo istinto fu di urlare, urlare con tutto il fiato che aveva in gola: non aprire, non aprire quella finestra!
Nell’aria esplose uno scuotere di vetri, come un temporale.
La notte spingeva per entrare, per sommergere quel mondo azzurro e bianco.
La notte era fluida, la notte era un frullare di miliardi di falene che sbattevano contro il vetro come un fiume impazzito.
Ti prego, ti prego non aprire. Singhiozzava con il volto rigato dalle lacrime e dal sudore.
Ti prego non aprire. Gridò, con il cuore che batteva come un tamburo nel petto e nella testa.
La finestra si aprì.

Tommaso spalancò gli occhi, come se ci fossero state sotto due molle a sollevarli.
Era sudato. Era terrorizzato. Respirava col fiatone come dopo una lunga corsa.
Ci mise qualche secondo a ricordare dove si trovava. Quando fu totalmente in sé, la paura iniziò a scivolargli via come un sogno all’alba.
Riprese a respirare normalmente, serrò le palpebre, aggiungendo oscurità all’oscurità. Si concentrò sul sonno, cercando nuovamente la chiave per l’oblio.
Con la mente scandagliò con cura la notte, in cerca di un traghettatore per il mondo dei sogni.
Si appesa al suo respiro per qualche istante, per poi ripiegare sul latrato di un cane e il motore di una macchina che si spegneva in lontananza.
Poi si ricordò, il ventilatore, ma il suono del ventilatore non c’era più.
Di scatto accese la luce, che lo ferì alla vista. Si sporse dal letto, brancicando con le mani in cerca del ventilatore che era ancora lì.
- Chi lo ha spento, fulmine? – chiese istintivamente.
Schiacciò in un clack, il pulsante del ventilatore ma la pala non si mosse. Si liberò del lenzuolo zuppo di sudore e verificò la presa della corrente: al suo posto.
Qualcosa non andava, qualcosa si era rotto.
- Perché si rompe tutto nella mia vita? – Chiese di nuovo a fulmine.
Velocità uno: clack. Velocità tre: clack. Spento: clack. Velocità due: clack. Velocità uno: clack.
- Niente da fare. Non funziona proprio.
Fece per alzarsi. Ma una saetta di terrore gli strappò la spina dorsale, costringendolo a ricadere sul letto, privato di ogni forza.
- mamma, MAMMA, M A M M AAAAAA – urlò a squarciagola.
Un’ombra danzava sulle pareti della stanza, come se la luce della lampadina fosse una fiamma scossa dal vento.
- MAMMA – Gridò di nuovo.
Attorno alla luce, una farfalla notturna sbatteva le ali all’impazzata come se volesse entrare in quel piccolo sole.
Istintivamente, raccolse le calze da terra e le lanciò contro l’insetto, che si limitò a scansarle senza troppe preoccupazioni.
- Vattene, schifosa. Vai via dalla mia stanza!
Dal piano di sotto emersero dei suoni, sua madre si era svegliata.
La falena smise di volare, andò a posarsi su una perlina del sottotetto, sopra il letto di Tommy.
Tommaso la squadrò con terrore, come se quello fosse stato l’insetto più grosso e terribile che avesse mai visto in casa sua.
Era grigia, di un grigio scuro e vivo come mai nessun metallo potrà mai essere. Sulla sua schiena lucida, come sono lucide le unghie, si intrecciavano un universo di sfumature puntinate di piccoli peli aguzzi, che sembravano muoversi in massa come si muove la superficie dell’oceano vista da un aereo.
Sulle ali, serpeggiavano delle striature di grigio più chiaro che andavano disegnando una parabola di forme simili a due occhi, che lo fissavano freddi.
I passi di sua madre echeggiarono sordi nella sua mente.
Ebbe l’impulso di prendere un libro, e schiacciare quella creatura schifosa una volta per sempre. Ma il pensiero di avvicinarsi così tanto a quel corpo alieno, a quella diversità mostruosa, lo paralizzò una volta di più al suo letto.
La farfalla notturna pulsava ai suoi occhi, si gonfiava, come un mostro singhiozzante pronto ad esplodere con tutte le sue interiora empie.
Sua madre spalancò di colpo la porta della camera, trafelata.
- Cosa succede, Tommaso, va tutto bene?
Tommaso scosse la testa, e indicò la farfalla sopra di sé.
- Come? – Chiese sua madre con un volto stanco e provato.
- Il ventilatore si è rotto, e poi quella cosa schifosa, quella cosa schifosa mamma. Mandala via.
Sua madre si strinse la vestaglia nel corpo magro e pallido, e tirò un sospiro.
- Ah – disse – Chissà che mi credevo. E’ solo una farfallina, non fa male a nessuno, vedi.
La farfalla prese a volare intorno alla mano della madre di Tommaso e andò a depositarsi sul muro accanto alla finestra. Sembrava più piccola ora.
- Uccidila – Le ordinò Tommaso con un tono infantile. – Schiacciala una volta per tutte.
- Ma non ha fatto del male a nessuno. – Gli rispose pazientemente sua madre.
- Papà l’avrebbe uccisa – disse lui con una voce tagliente. – L’avrebbe uccisa senza tante storie.
L’espressione di sua madre mutò velocemente in una maschera di rabbia.
- Io non sono tuo padre – Rispose. – E tu non hai più cinque anni.
Dopodiché aprì la finestra, spalancandola. – Vedrai che così se ne andrà da sola.
Tommaso avvertì un tonfo nello stomaco, come un senso di vertigine.
- Non aprire quella finestra – Le disse con tono supplice.
- Per favore mamma, lasciala chiusa.
- E’ fuori discussione. Sembra una fornace questa stanza.
La notte respirò invisibile nella camera, portando un impercettibile senso di freschezza. Il sottobosco di rumori notturni si fece più intenso, come se il mondo intero si fosse sporto dentro la finestra per curiosare.
Tommy strinse nervosamente i pugni, preda di una collera anestetizzata.
- Per favore, mamma… - Disse ancora.
- Tornatene a dormire. - Rispose lei con tono freddo.
Sua madre uscì.
Tommaso fissò la farfalla notturna, immaginando di vedere un ghigno seghettato comparire su quel baccello peloso.
La luce si spense.
- Ti lascio la porta aperta?
- No. – Replicò lui stizzito.
- Come ti pare.
La porta si chiuse, risucchiando dietro di se le ultime lingue di luce.
- Adesso cosa faccio, fulmine?
Seduto sul suo letto, fissò la finestra nell’oscurità. Era una crepa in una diga. Una crepa dalla quale la notte tracimava sommergendo l’acquario della sua stanza, solo che lui non era un pesce.
Si prese di coraggio, puntandosi sui talloni si alzò, deciso a chiudere quella finestra.
Fece un passo incerto nell’oscurità, ma il ricordo della farfalla notturna lo bloccò nuovamente. Quella cosa schifosa era appollaiata accanto alla finestra, come un maledetto cane da guardia.
- Posso farcela, fulmine.
-
Quando ce ne andiamo in giro per le strade, mica ci fanno niente questi insetti orrendi. Ma un uomo, è lo stesso in due luoghi diversi? Un macellaio non fa paura a nessuno tra le pareti della sua bottega, ma se camminasse tra le culle di un ospedale?
Fece un mezzo passo, più simile ad un inciampo. Nell’oscurità vedeva la falena dilatarsi, pulsare e gonfiarsi come un vestito stretto su di un bambino troppo grasso. Sentiva il rumore di quella carne senza ossa che s’ingrossava, sentiva quel rumore strisciare nel buio, simile a quello di piedi che camminano sul fango. Ritrasse il piede, abortendo il terzo passo.
- Domani, fulmine. Lo faremo domani.
Brancicando a ritroso, ritrovò la morbidezza del letto con la coscia. Si abbandonò sul materasso, accoccolandosi in posizione fetale.
- Papà non lo avrebbe mai permesso.
Si infilò sotto il lenzuolo, poi controllò con i piedi che sul fondo del letto non ci fossero aperture.
- Ti leggono nel pensiero, sai.
Tirò il lenzuolo fin sopra la sua testa, di modo che avviluppasse anche il cuscino.
- Quando strisciano sui muri, che li guardi e loro si bloccano. E’ perché ti leggono nel pensiero. Lo sanno che vorresti schiacciarli.
L’aria sotto il lenzuolo si stava scaldando.
- Allora se ne stanno fermi, perché fa molto più schifo spiaccicare un insetto fermo di uno che corre.
Goffamente sollevò il cuscino. Infilandoci sotto la testa.
- Ma se ti leggono nella testa che tanto li schiacci lo stesso, allora quelle loro gambe fatte di spilli iniziano a frullare come le ruote di una macchina, e trovano sempre un buco dove infilarsi.
Tommaso si sentì strozzare dalla fasciatura del lenzuolo, provò ad allargarlo stirando nervosamente le gambe.
- Lo sai, fulmine, cosa fanno quelle dannate farfalle notturne?
- Aspettano che ti addormenti, poi ti strisciano silenziosamente sul corpo, e quando apri la bocca, si infilano dentro per bere la tua saliva. Come un cane su una fontana.
- Lo so, lo so, fulmine, fa schifo. Ma è quello che fanno, per diventare più umani, per nutrirsi dell’acqua dove nascono le parole.
Il caldo iniziò a snervarlo, ebbe l’impulso di prendere a calci quel lenzuolo per liberarsi del caldo nervoso che gli spalmava addosso.
- Ma non mi frega, io la bocca non la apro nel sonno, io dormo con i denti stretti, con il cuscino che mi protegge.
Fece un lungo respiro, cercando di calmarsi come aveva visto fare in tv. I pensieri si fecero pesanti, mentre il desiderio di aria fresca lo riportò alle scorribande pomeridiane sulla sua bicicletta. Involontariamente si girò su un fianco, liberandosi del lenzuolo. La sensazione di freschezza sulla pelle andò a rinforzare il desiderio di correre per le strade, e senza che la coscienza ne ebbe avvisaglie, già stava volando nella terra dei sogni.
 
Suo padre lo chiamava da lontano, mentre il cielo azzurro riluceva sopra di lui come una foto retroilluminata. Tutto sembrava più leggero. Sua madre era seduta nell’erba, mentre finiva di preparare le ultime cose per il picnic. Sorrideva. Corri, urlava suo padre, non ti ho regalato quella purosangue per fare la lumaca, corri come un fulmine. E lui correva, costeggiando il prato senza fermarsi. Sapeva che se si sarebbe bloccato sarebbe caduto, e allora pedalava come un forsennato. Girava in tondo. Racchiudendo nel suo moto circolare suo padre, sua madre, la sua felicità.
Era un sogno, era un desiderio, era un ricordo.
Poi l’aria si fece nuovamente calda, immobile. Sollevò la testa, ritrovando quella finestra enorme che volteggiava nel cielo. Ancora una volta, attraverso i vetri la luce moriva inghiottita dalla notte.
Non aprire quella finestra, disse.
E la finestra si aprì.
L’oscurità esplose nel suo sogno, in un ronzio di ali nere e vive.
Era la realtà che avanzava, era il terrore che si diffondeva come un siero nel suo mondo.
Come una lavagna tirata lucido tutto scomparve per lasciar posto al nero. Un barlume di coscienza si accese, ma era intrappolato nel dormiveglia come una lucertola sotto un sasso.
Sapeva di essere nel letto, sapeva che fuori tutti gli insetti del mondo spingevano contro la ferita nella sua stanza per entrare.
Avvertì un tocco leggero e pungente sul ventre. Era la farfalla notturna, grassa come un ratto si era accovacciata nelle sue ali e si arrampicava scalando il suo tronco.
Percepiva il frusciare di seta viva delle ali fatte a scaglie, che si trascinava come un velo da sposa sulla sua pelle.
Sentiva su di se una miriade di occhi freddi e alieni. Sentiva quella creatura avanzare come un grosso pipistrello, un piccolo passo dopo l’altro.
Inorridì, ma per quanto desiderasse svegliarsi, restava imprigionato sotto quell’enorme sasso a divincolarsi senza successo nel dormiveglia.
Intuì il fruscio delle ali dispiegarsi appena sotto il suo mento, e fare forza per issarsi, emergendo sulla sua faccia come una polena demoniaca che si fa strado tra le onde.
Captò quasi uno sbuffo sulle labbra, anche se quella creatura non aveva narici. Sentì le antenne ramate piegarsi a scandagliare i solchi invisibili scritti tra le labbra, leggendo come le dita di un cieco con il braille, come un archeologo in una tomba egizia.
Era inerme, era impotente, si sentiva come un colibrì stretto in una mano.
Le zampette pizzicarono il suo volto, si muovevano come i bracci di un telaio.
La falena si sporse, immergendosi a mezzobusto nella sua bocca spalancata.
Una forza invisibile gli tirava indietro la testa come il cappuccio di una felpa. La farfalla allungò la spiritromba, quella bocca che sembrava una proboscide, e l’immerse nella sua lingua.
La bocca di Tommy era un calice, la bocca di Tommy era un fiore con una corona di denti a incorniciare una corolla rossa e attraente che era la sua lingua.
Dagli occhi paralizzati scivolò una lacrima, che precipitò lentamente verso il basso. Le antenne frastagliate come un pettine della farfalla si rizzarono. La falena afferrò con le sue zampe meccaniche la lacrima, come fosse una perla, e lentamente la divorò.
Distillato di anima.
Poi si affacciò nuovamente nella bocca di Tommy, spingendo sempre più dentro, sempre più in profondità, fino a bussare alle porte della sua mente.

Tommy si svegliò in preda al terrore. Era zuppo come uno che ha corso nudo in un temporale. Istintivamente si gettò giù dal letto cercando di allontanare quella cosa dal suo petto, anche se sul suo petto non c’era nulla.
Fuori era ancora notte. Fece per urlare, ma la voce si spense in gola, ostruita da qualcosa.
Tossì.
Lo stomaco ebbe un sussulto, seguito da un conato di vomito.
Le sue mani si strinsero con violenza attorno alle mascelle, come se volesse sfilarsi il cranio dal collo.
Tossì ancora, emise il suono di una macchina ingolfata, di una pistola con il silenziatore.
Il conato di vomito si fece più violento, le nari si dilatarono, sentì gli occhi spingere per uscire dalle orbite.
Cadde sulle ginocchia, ma il dolore dell’impatto non lo sentì neppure.
Abbozzò un urlo, ma gli venne solo un verso gracchiante.
Il corpo ebbe uno spasmo scomposto, e d’improvviso l’aria ricominciò a fluire nei suoi polmoni.
In bocca avvertì qualcosa di ruvido e delicato, come un fiore, che sputò immediatamente.
Si prese ancora qualche secondo per ritrovare il respiro. Si fiondò sull’interruttore della luce.
Luce.
A terra c’era la falena, avvolta in un bozzo di tela e saliva.
Indietreggiò. Avrebbe vomitato, lo sentiva.
Doveva scappare. Si voltò verso la porta, ma una enorme scolopendra saettò accanto alla maniglia. Si bloccò, completamente in preda al panico.
- Mamma.
- MAMMA.
La scolopendra era immobile, come disegnata.
Tommy sentì un rumore nella stanza di sotto, contò due passi sui gradini e poi più nulla. Sua madre aveva deciso di abbandolarlo al suo destino?
- Perché non viene, fulmine, perché non viene a salvarmi che ho bisogno di lei?
Tommy afferrò un libro, e fissando con violenza l’insetto pensò adesso ti schiaccio adesso ti schiaccio. La scolopendra scivolò veloce come un serpente in un buco, fuggendo via.
Senza aspettare un’altra occasione, Tommy si lanciò sulla porta, gettandosi immediatamente sulle scale.
Buio.
Ci fu un rumore scomposto di scatoloni.
La mente di Tommy si spense.
Ancora buio.

Quando Tommy riaprì gli occhi, sua madre gli carezzava i capelli.
- Va tutto bene - disse.
Aveva un volto lungo, segnato dalle lacrime. Sembrava dieci anni più vecchia. Indosso aveva un vestito a fiori. Abbozzò un sorriso.
- Ei, Cowboy, come te la passi.
C’era anche suo padre. Aveva i suoi soliti occhialini da vista tondi, i capelli un po’ lunghi, spettinati da intellettuale, era vestito da ufficio.
Quando allargò la visuale, notò che erano in camera sua.
Provò a muoversi ma non ci riuscì.
- Ehi, calmo. Non puoi muoverti per un bel po’.
Tommaso sentì un dolore afferrarlo per le ossa delle gambe..
- Ieri notte hai fatto un gran volo giù da quelle scale.
Sua madre gli carezzò la fronte, delicatamente.
Tommy voleva dire qualcosa ma non ci riusciva, le parole gli sfuggivano come saponette imburrate.
- Non preoccuparti, non è successo nulla. Il dottore dice che guarirai, hai solo un bel po’ di gesso addosso, ma vedrai che le ossa si rimetteranno a posto più forti di prima.
Suo padre si chinò su di lui, baciandolo sulla fronte.
- Adesso hai una storia da raccontare.
Tommy piegò la testa verso la finestra e il ventilatore rotto.
- Non preoccuparti – disse suo padre, domani te ne compro uno nuovo di zecca.
- Lasciamolo riposare – Aggiunse sua madre con un volto stanco e provato.
- Va bene – disse suo padre.
- Ci vediamo stasera campione. – disse.
Tommaso li osservò andare via dalla stanza. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma proprio non gli riusciva di parlare.
Il caldo iniziò a soffocarlo, ma dalla finestra aperta spirava una brezza rinfrescante.
Il cuore iniziò a battergli forte, provò a sollevare le gambe ma non ci riuscì.
Si sentiva come nel dormiveglia, come la lucertola sotto il sasso.
Il sole si spegneva lentamente, come la mano di dio che svita la lampadina più grossa dell’universo.
Dove sei fulmine?
Avrebbe detto, se solo il silenzio non avesse bloccato le sue labbra.
Il buio iniziò a stingere i colori. Il mondo si preparava a dormire dopo una lunga giornata di caldo, mentre tutte le creature striscianti del mondo si radunavano fuori dalla sua finestra, in un mare di zampe meccaniche pronte ad invadere la sua stanza.
Sua madre e suo padre stavano discutendo, qualche miliardo di chilometri sotto di lui. Le voci erano ovattate, stipate dentro una scatola, ma nonostante questo, cariche di risentimento e di colpe.
Si chiese se gli insetti sarebbero tornati per finire quel che avevano iniziato.
Non gli importava.
Si concentrò un’ultima volta sulle voci lontane dei suoi genitori.
Qualcosa si è rotto nella mia infanzia, pensò. Poi chiuse gli occhi, aspettando che facesse sera.

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giovedì, 30 luglio 2009

La notte prima della festa.



Quella sera, Bella arrivò tardi.
Scese dall’autobus che già s’era fatto scuro.

Dietro le colline smeraldo, ad ovest, gli ultimi spruzzi d’arancio del tramonto andavano spegnendosi, riverberando sulle punte degli alberi come le bizze di un camino.

L’aria era fresca, montava dal letto del lago risalendo lungo il faggeto, soffiando fin dentro le strade del piccolo paese. Nella sua ascesa, la brezza s’ubriacava dell’odore delle foglie, del sapore della terra, delle essenze della felce e del verde pino.
Il mondo era avvolto in un silenzio bisbigliante, come se il vociare di ogni creatura fosse smorzato dalla barriera protettiva di una coperta.
Con fatica, Bella afferrò le sue valige in pelle beige e prese a camminare lentamente, verso la casa delle civette.

I suoi passi sbiadivano sommessamente, risucchiati dalla notte che inondava la superficie della strada.
I pensieri le vorticavano nella testa, agitati come bandiere al vento, come anime nella tempesta. Cercò di metterne a fuoco alcuni, per liberarli, per sedare l’irrequietezza che le martoriava lo spirito.
Che scema, si disse, come hai fatto a perdere quattro autobus di fila?

Dopo una decina di minuti di passeggio, abbandonò la strada asfaltata per inforcare un sentiero battuto, che si stendeva come una lingua sottile di gatto, verso il fianco alto della collina.
Gli alberi sembravano stringersi su di lei, come se l’oscurità li trasmutasse in esseri fluidi, come le onde del mare, come la schiuma dell’oceano che ridisegna ad ogni flutto la linea della battigia.
Bella si fermò a metà della scarpinata a prendere fiato. Non c’erano luci lungo la via. Ma sulla cima, fluttuanti come le stelle del cielo, come gli occhi di un fantasma, si potevano distinguere le finestre illuminate della casa delle civette.
Forza e coraggio, si disse, e con fatica riprese la scalata.
Erano quasi quattro anni che non percorreva quella strada.

L’ultima volta che ci era stata era con sua madre.

Fin da piccola aveva trascorso le vacanze estive in quell’enorme baita. Il dottore aveva detto ai suoi genitori che l’aria di montagna avrebbe fatto bene alla sua salute cagionevole.
Così, per quanto potesse ricordare, in tutta la sua vita aveva passato i tre mesi estivi tra quelle pareti di legno, tra quei boschi accoglienti, sulle sponde di quel lago dolce, nella cucina della casa delle Civette, a scorrazzare con i tre figli del proprietario. Magda, Melania e Sebastiano.
Erano cresciuti insieme, lei e quei ragazzi. Magda era la più grande, lei e Sebastiano quelli di età media, e Melania la più piccola, di un paio d’anni.

Erano gli unici bambini della casa, poiché tra gli ospiti, oltre la madre di Bella, vi erano solo signori anziani o di mezza età, che cercavano nel silenzio della montagna una redenzione dal marasma cittadino.

Col passare del tempo, lei era diventata una di famiglia, una quarta figlia per Selene e il Signor Damiano, i padroni. Capitava spesso che andasse a trovarli anche durante l’anno, per passare qualche giorno nel suo posto segreto, nel suo giardino d’infanzia, tra le voci di chi le aveva sempre voluto bene.
C’era stata da bambina in quel luogo, da adolescente, da adulta. Poi quattro anni fa interruppe la tradizione, la vita si era fatta più chiassosa, e decise di restare in appartamento per via dell’università.
L’anno dopo sua madre morì. Appesantita dal senso di colpa, stabilì che non sarebbe più tornata alla casa delle civette, alla sua infanzia, e per molto tempo se ne dimenticò di quel posto, inghiottita dalla corrente incontrastabile e trascinante delle abitudini quotidiane.

Quando suonò alla porta, fu Selene che le andò in contro per aprirle. La signora aveva i capelli corti, d’argento, che arrivavano appena dietro le orecchie. Il viso era tondo, segnato dagli anni. Sembrava più bassa, schiacciata.
- Ciao Bella. – Le disse con una voce stanca. – Ti aspettavamo per questo pomeriggio.
- Lo so. – Rispose Bella, dispiaciuta. – Mi scusi.
- Entra adesso, lascia pure tutte le tue cose qui all’ingresso e vieni a mangiare. Siamo tutti in sala grande.
Bella, abbandonò le valige appena dietro la porta, si liberò della giacca a vento e si diresse verso la sala da pranzo, dove solitamente tutti gli ospiti della casa si ritrovavano per mangiare in modo conviviale e allegro.
Le fece uno strano effetto attraversare quelle stanze dopo così tanto tempo. Sulle pareti, si esibivano decorazioni altere di gufi e di civette. Anche sulle mensole, intagliate nel legno o sbozzate nella pietra, c’erano civette di ogni forma e ogni colore. Quante volte, quegli occhi gufigni avevano popolato gli incubi delle sue notti estive? Eppure, una viva non l’aveva incontrata mai in quella casa, nemmeno nei silenziosi boschi circostanti.
Quando entrò in sala da pranzo, i commensali erano taciturni. Mangiavano fissando silenziosamente il piatto, battendo di tanto in tanto le posate in un tintinnare argentino. Non conosceva quasi nessuno degli ospiti nella sala, e se ne rammaricò.
- Ciao Bella. - - Ciao Bella – Dissero simultaneamente Magda e Melania prima di alzarsi per andarle incontro ad abbracciarla.
Il Signor Damiano tramestava nella sua zuppa svogliatamente, si limitò a lanciarle un’occhiata in tralice e tornò ai suoi affari, senza dire una parola. Era magro e ossuto, gli occhi spenti, il viso trascurato e incolto.
- Siediti, Bella – Le disse Magda.
- Mangia qualcosa. – Continuò Melania.
- Ti aspettavamo oggi pomeriggio. – Riprese Magda. – Ti sei fatta tutta la strada da sola, al buio? Se facevi una chiamata, mandavamo qualcuno a prenderti.
- Il tuo treno era in ritardo? – Le domandò Melania.
- No no – Rispose Bella. – Avevo voglia di farmi una passeggiata. Così, da sola, come facevo una volta.
Bella si sedette, e la signora Selene le servì un piatto di affettati, di carne secca e pane di castagne.
- Che bello vedervi – Disse Bella. – Mi siete mancati tanto, tutti.
- Già. – Disse Melania con una nota di malinconia. – Ma il tuo treno?
- Il treno è arrivato in orario, solo che io.. io mi sono persa via come una scema. Non so cosa mi è preso. Mi sono seduta e le ore sono fuggite via. Proprio non ce la facevo a venire qui.
Improvvisamente calò il silenzio, come se la stanza si fosse imbevuta di ogni suono come una spugna, rigonfia e trasbordante.
- Scusatemi – Concluse, Bella.

Magda aveva i capelli biondi, fatti di luce, li portava sciolti e ordinati. Cascavano come spaghetti lungo le sue spalle. Il viso era grazioso, un po’ duro, e in un certo senso le ricordava il signor Damiano. La pelle era bianca e gli occhi grandi, del colore del cielo in Aprile.

A Magda piaceva comandare, anche quando erano bambini era lei a fare sempre il capo. Naturalmente, insieme a Sebastiano facevano di tutto per metterle i bastoni tra le ruote.
Melania invece era un tipo meno autoritario, era una ragazza curiosa, dolce, e quand’era piccola, dalla lacrima ad innesco facile. A lei piacevano le lunghe passeggiate, i fiori, i ragazzi con i capelli scuri, e il suono della chitarra davanti ai falò. Anche i suoi capelli erano biondi, ma del color del grano.
Melania si allungò su Bella, stringendola in modo spontaneo e tenero sul collo. – Non preoccuparti. – Le disse dandole un bacio sulla guancia. – Ti capisco.

Quando finirono di mangiare, fuori sembrava notte fonda. Le persone si alzavano e se ne tornavano nei loro letti alla spicciolata, salutando con dei timidi grugniti.
Il Signor Damiano se ne stava ancora silenzioso a capo tavola, senza interessarsi di nessuno.
Magda e Melania accompagnarono Bella alla sua roba, scortandola come dei gendarmi.
- Ti diamo una mano. – Le dissero.
Bella si lasciò aiutare, la scarpinata le aveva prosciugato tutte le energie.
- Sei nella tua vecchia stanza. – le bisbigliò Melania mentre salivano le scale.
Quando raggiunsero la stanza, si sedettero tutte e tre sul letto. Rimasero in silenzio per qualche minuto, scrutando la penombra della camera illuminata solo dalla luce del corridoio.
- Te lo ricordi questo? – Le chiese Melania, sollevandosi la frangia di capelli sulla fronte. Aveva una cicatrice che si vedeva appena.
- Si che me lo ricordo. – Disse Bella, - E’ stata quella volta che io e Sebastiano ti abbiamo inseguita fingendo di essere fantasmi. Che capocciata che hai tirato contro il davanzale della finestra. Sei caduta a terra che sembravi addormentata. Ma quanti anni avevi?
- Cinque o sei – rispose Melania.
- Sei. – La corresse Magda. – Ne avevi sei, e tanto in schiaffi mi è costata la vostra scorribanda. Quante me ne ha urlate mia madre perché dovevo tenervi d’occhio. Eravate delle pesti.
- Vero. – Disse Bella. – Tua madre mi faceva una paura…
Magda si stese con la schiena lungo il letto. – Era impossibile tenervi d’occhio. Sebastiano era indiavolato quando c’eri tu.
- Era perché voleva mettersi in bella mostra. – Sussurrò Melania. – Ti faceva un filo… e tu niente. Come la sfinge.
- Però qualcosa è successo l’ultima volta che sei stata qui. Te ne sei andata senza salutarci, era in questi giorni – disse Magda.
Bella fece un lungo respiro, e si sdraiò a sua volta sul letto, restando schiena contro schiena con Magda.
- Qualcosa, si. – Disse. – Era la sera prima della festa, come oggi. Ma io ero con il cuore altrove. Avevo aspettato un segno da Sebastiano per una vita intera, è quando finalmente si è deciso, io ero innamorata già di un altro.
- E’ quello che sposerai il mese prossimo? – Le domandò Melania.
- Lui, esattamente.
- Sono contenta per te – le rispose – domani è la festa dell’addio. Vi ricordate?

- Già. – Disse Bella. – Quel cretino di Sebastiano si divertiva un mondo la sera prima della festa dell’addio. Ci spaventava a morte con quelle storie sulle anime dei defunti e sulla civetta che ti guarda e dice “ADDIO”. Poi però, per farsi perdonare, ci lasciava una caramella fuori dalla porta della stanza.
- Una galatina – Aggiunse Magda.
Bella, sorrise. – Già, una galatina. Aprivo la porta e la caramella era lì, ogni festa dell’addio. Dove le trovava poi.
Melania singhiozzò, scoppiando in un pianto trattenuto. – Mi manca – Disse. – Mi manca terribilmente.
Anche Magda si mise a piangere. – Povero Sebastiano – Riuscì a dire prima che le lacrime le soffocassero tutte le parole.
Bella, cercò di trattenere il pianto. Sebastiano era morto da tre giorni, tirato giù nel ventre del lago da un mulinello, durante una nuotata con gli amici.

Aveva versato tutte le lacrime che aveva, si era ripromessa che non si sarebbe abbandonata alla malinconia. Aveva giurato a se stessa che sarebbe stata forte, che il rimpianto non l’avrebbe divorata.
Si concentrò sui ricordi, ai preparativi nei giorni a ridosso della festa. La casa delle civette era piena di gente del paese che cucinava dolci e tagliuzzava nastri, che ripiegava il cartone disegnando fiori sui quali avrebbero depositato le candele e i biscotti, da far scivolare sull’acqua per indicare alle anime sperdute dei defunti la strada verso l’aldilà.
Le guance di Bella erano umide, gli occhi gonfi. – Scusate .- Disse alle ragazze. – Scusate ma non ce la faccio.
Le sorelle si alzarono lentamente, abbandonarono la stanza senza dire nulla, dileguandosi come ombre in fuga dal tramonto.

Bella si svegliò a mattino inoltrato, poco prima che le nocche di uno sconosciuto bussassero alla porta.
- Signora – Chiamò la voce di un uomo di mezza età. – Signora, è sveglia?
- Si, si, sono sveglia. – Rispose, Bella, - cosa c’è?
- Mi hanno detto di dirle, che il funerale è alle undici, tra un’ora.
- Si – rispose, Bella. – Grazie.
Bella si alzò e si fece una doccia, poi prese a spazzolare i suoi lunghi capelli neri, molto lentamente. Tese l’orecchio, in ascolto su chi andava e veniva dalla casa delle civette. Quando fu certa di essere l’unica rimasta nel rifugio, aprì la porta. A piedi nudi e silenziosi s’indirizzo verso la stanza di Sebastiano. Non provò ad entrare, semplicemente si fece contro il legno della porta e sussurrò – scusa. Scusami per tutto.-  e lasciò sull’uscio una caramella.
Tornò mestamente nella sua camera, e ricompose velocemente le valige.

Accarezzò con lo sguardo il paesaggio e le pareti, ed uscì di nuovo, con le borse in mano. Non sarebbe andata al funerale, non sarebbe più tornata in quella casa.
Non appena fece il primo passo, notò qualcosa sul pavimento, accanto alla sua porta.
Una caramella.
Dagli occhi presero a scenderle le lacrime. Salate come il mare.
- Mi dispiace – disse intanto che andava verso il basso, camminando lentamente sulle scale. – Mi dispiace – disse ancora, mentre il pianto e la disperazione le rigava il viso - Ma non posso più restare. Oggi, come allora, questo è il giorno dell’addio.


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giovedì, 28 maggio 2009

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giovedì, 19 marzo 2009

Destino


Destino (parte seconda)
Brano tratto da “L’Hyperculo”, dialoghi tra gente perbene di Luji Pelljnchesko

 

"Ricordo soltanto lo schianto ed i Pink Floyd in sottofondo!".

Ma quante cazzo di volte dovrò ripertelo?.

Mi sento un disco rotto e la mia voce è la puntina che batte sul solito solco.

Avrò pappagallato la stessa frase a 10 pulotti diversi.

Si, ho capito, Gemito è morto: non si drogava, non beveva e non era disattento.

Devo esporlo anche in sumerico?.

Mi sento un disco rotto e la mia voce è la puntina che batte sul solito solco.

Mi imbragano alla bell'e meglio come fossi un pilastro della sopraelevata da annegare nel cemento armato.

"STOCK!"

Cede la colonna sonora della mia vita.

Cedono i Pink Floyd.

Cede, incrinandosi, la mia colonna vertebrale.

Forse è per quello che mi sento un disco rotto?.                  
martedì, 17 marzo 2009

Destino

Destino
Brano tratto da “L’Hyperculo”, dialoghi tra gente perbene di Luji Pelljnchesko

L’auto andò a sbattere violentemente contro il muretto in cemento armato che correva parallelamente alla carreggiata. Il cofano fece una smorfia, increspandosi come acqua distratta da un sasso. Al rallentatore, le ruote posteriori si sollevarono da terra, come due razzi di gomma spinsero il resto della vettura nel cielo. D’improvviso ci fu nell’aria un frullare di rosso e vetro, di lamiera e uomini. La trottola di metallo si schiantò per la seconda volta contro un palo della luce. Un silenzio ferroso piombò sulla strada assieme a quel che restava della macchina.
I primi a correre in aiuto degli incidentati, furono dei signori di mezza età che bivaccavano sotto il sole di agosto, sorseggiando malinconici drink sulle sedie un vecchio bar. Qualcuno urlava, altri facevano leva sui resti macilenti delle portiere. Dentro, storditi ma ancora vivi, c’erano quattro ragazzi.
Gemito, così si faceva chiamare quello che stava al volante, uscì dalla carcassa di latta ondeggiando. Era stordito, ignaro anche a se stesso. Buttò uno sguardo spavaldo ai suoi amici e disse – Da oggi in poi, ogni giorno in più è regalato.
Dopodiché, mise il piede in fallo su di una lunga scalinata.

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categorie: nanetti, dal sangue di sognocrudele, racconti haiku
martedì, 10 marzo 2009

Monologo

"Mamma..." la voce sonnacchiosa del mio bambino si spegne tra le pieghe vellutate delle sue
palpebre.
Lo respiro profondamente, a bocca aperta, mentre l'umidore delle lacrime, che scavano nuovi solchi, rinforza il suo tenero odore.
Lo so che non dovrei piangere, ma non ce la faccio.
Il dolore bruciante qua, al centro del petto, fa male.
Tanto.
Avrebbero dovuto sedare anche me.
Nel momento in cui lo penso, mi sento in colpa: è stato prescelto e io dovrei essere orgogliosa.
Orgogliosa e sorridente
Un nuovo fiotto di lacrime, inarrestabili, salate.
Fino a riempirmi la bocca, spalancata a cercare fiato.
Il seme è già stato impiantato.
A breve verranno e non riesco a smettere di piangere: mi guarderanno con biasimo e sarò isolata nei prossimo giorni, lo so.
E' sempre così, l'ho già visto fare... ma ora tocca a me... a me... a lui... povero, povero, povera la mia creatura...
... e quando entreranno mi metterò ad urlare, lo sento...
... ma il seme è già stato impiantato... e sarà già attecchito... le sue radichette si allungano verso il cuore... verso il suo cuore... il suo sangue... no, no, no...
C'è uno strano ronzìo intorno, un mugolìo, un lamento sordo...
Sono io, sono io... non ce la farò. SONO DISPERATA.
Apri gli occhi, tesoro: dobbiamo fuggire, fuggire lontano da qua... devo salvarti.
Mi porto una mano alla fronte, attorcigliando un ciuffo di capelli fino a farmi male: ma che sto
pensando? e poi ora è troppo tardi.
Dovevo farlo prima, appena saputo... ma ero così frastornata: tutti che gridavano eccitati
festanti... la testa mi girava, i bambini ridevano...
Tu ridevi, piccolo, tenero amore mio...
Ora non ridi più e quella cosa sta crescendo, maligna, pervasiva...
Perché, perché tu?
Perché eri così perfetto? Così puro? Così... adatto? perché? perché?
Sono lacerata.
Non sanguino. Perché non sanguino?
Sento dei passi.
Arrivano.
E' l'istinto che mi fa serrare e contrarre le braccia attorno a te: ti agiti un po', insofferente.
I passi superano la porta, si perdono nel corridoio.
Allento la presa.
Sorridi sollevato: le cortine frangiate, così lunghe, così nere, fremono appena. Ma non ti sveglierai.
Non puoi.
Non potrai mai più.
Ripasso con un dito leggero il profilo della tua gota morbida, sistemo un ricciolo ribelle.
Le lacrime non hanno mai cessato di sgorgare, così ordinate, così precise, una dopo l'altra, una dietro all'altra.
S'allargano sul mento, scivolano per il collo, si perdono fra i miei seni aridi ed inutili.
Sei benedetta, mi han detto...
Tuo figlio per la salvezza di tutta la tua gente...
Ma perché? perché c'è sempre una madre che soffre, mentre suo figlio si sacrifica per il bene di
tutti?

Voglio gridare, voglio gridarlo: "Non me ne importa niente della vostra salvezza. Io voglio solo che mio figlio sia salvo... Che me ne importa dei vostri corpi e delle vostre anime? Lui, solo lui m'importa... e invece, non vedrò più il suo corpo e non percepirò più la sua anima..."

Forse avrei dovuto parlare con Lei: anche Lei è una madre e forse... ma no, ma assolutamente no!
Forse che io, di fronte alla vita di mio figlio in cambio di un'altra vita, avrei scelto in modo diverso?
"Che si sacrifichi l'altro" avrei gridato!
Il mio bellissimo bambino...

E se io mi offrissi al posto tuo?
E' TARDI, E' TARDI, grida qualcuno dietro i miei occhi... e poi non mi vorrebbero, sono vecchia e impura.

Perché non mi sono opposta, perché non ho gridato, perché tutto sembrava logico quando i preti - sputo il termine - ci abbindolavano dai pulpiti, riempiendoci il cuore e la mente di menzogne?
Maledetti.

Perché nessuno mi ha aperto gli occhi?
Cosa mi ha fatto credere che sarei stata immune dalla scelta? Eppure avrei dovuto immaginarlo, quando, incinta di te, amor mio, sono stata portata davanti a Lei.
Così abbacinata dalla Sua immane presenza, così confusa dalle parole dei sacerdoti, dalle spiegazioni di tutti, così intimorita dall'aura della Sua potenza, da non accorgermi dal gioco di sguardi sopra la mia testa!

Ti agiti appena, borbotti qualcosa, ma faticosamente... il ritmo del tuo respiro è rallentato, così come il prezioso battito del tuo cuoricino.
Tutto come previsto, tutto come da regola.
Tutto come si ripete ad ogni ciclo.
Anche il battito del mio cuore sta rallentando: sarò così fortunata da morire?

Ho una lama incandescente conficcata nel centro del petto e il dolore si irradia ovunque, feroce, formicola fino alla punta delle dita, punge fin dietro le palpebre, costringendomi a nuove lacrime.

Non posso crederci! Mi sono addormentata!
O forse la mia mente si è semplicemente spenta.
Come sia sia, non posso permettermelo: devo guardarti... e guardarti... e guardarti...
Già la tua voce sta diventando un'eco, una musica indefinita. Che almeno la tua immagine rimanga con me a lungo!
Sto pregando. Ma chi?
Facile rispondere: chiunque possa aiutarmi, chiunque esso sia, celestiale o infero, non mi importa: ho un'anima inutile da poter scambiare.

Eccoli! Eccoli! Arrivano...
C'è un'esplosione incoerente nel mio cervello.
No! No! Il mio bambino! La mia carne! Il mio respiro!

Sono a terra, rannicchiata.
Le mie braccia sono vuote.
Non mi alzerò mai più.
Voglio essere risucchiata dalla terra, voglio scomparire, colare fra le fessure, annullarmi fra i granuli, mescolarmi allo sterco, diventare cibo per i vermi, essere il Nulla.
Grido.

Grido e mi contorco, torturata, epilettica.

Ora sono fuori, dinnanzi a Lei.
L'enorme agave mi guarda a sua volta, impassibile, ieratica.
Il Suo unico fiore si innalza, mostrandosi al cielo, orgoglioso.
Il Suo seme è stato raccolto e impiantato.
Ora può morire.
La Sua progenie proseguirà, al sicuro nel corpicino vivo di mio figlio.

I fedeli raccolti attorno a lei ondeggiano e pregano, un mormorìo monotono, ossessivo, le braccia al cielo.

Anche io ora ondeggio e prego, le braccia al cielo, la mente vuota.

Il ciclo può ripartire.

postato da: bashinka alle ore 14:02 | link | commenti
categorie: racconti brevi, dal sangue di bashinka
domenica, 01 marzo 2009

Poesie di Primavera



Prospettive primaverili (1)


Osservo
la primavera
sbocciare
nel prato
davanti alla prigione
dove
sconterò
l`ergastolo.


Prospettive primaverili (2)

E` primavera:
apro gli occhi
per specchiarmi
nel lucido
coperchio
della bara.

I fiori
all`interno
di essa
esalano
l`ultimo
respiro.

Ed io con loro.

Paragoni primaverili

Fiorisce
la primula
come fioriscono
a Sanremo
i suoi cantanti.

Tra pochi giorni
infatti
saranno entrambi
recisi
e
dimenticati.
postato da: Strigoia alle ore 12:43 | link | commenti
categorie: poesia, nanetti, dal sangue di strigoia, dabbenaggini
giovedì, 12 febbraio 2009

Edgar Allan Poe



Il Wallpaper commemorativo del nostro blog, per il bicentenario dalla nascita di E. A. Poe

postato da: Sognocrudele alle ore 14:22 | link | commenti
categorie: grafica, nanetti, dal sangue di sognocrudele
lunedì, 22 dicembre 2008

2009

2009

postato da: Sognocrudele alle ore 14:15 | link | commenti (2)
categorie: grafica, dal sangue di strigoia, dabbenaggini

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Utente: Sognocrudele
Nome: L. Kurz
[identità non pervenuta]

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